CORONAVIRUS E ANSIA

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In queste settimane molti di noi sono allarmati e distogliere l’attenzione dalle notizie riguardanti il coronavirus è una vera sfida. Il risultato è un perenne stato di preoccupazione che, alla lunga, disturba il nostro benessere.

Un ruolo importante lo gioca il rimuginio (ne abbiamo parlato qui), quel tipo di pensiero subdolo, che tanto somiglia al modo di ragionare utilizzato per prendere delle decisioni, ma fondamentalmente diverso perché destinato a non giungere mai ad una conclusione:

Mi sarò lavato le mani a sufficienza? Chi mi garantisce che andando a fare la spesa non mi accada qualcosa? E se la mascherina che ho comprato non bastasse a tutelarmi?”.

Ogni domanda produce ulteriore insicurezza. Gli scenari terrifici si moltiplicano nella nostra mente. Abbiamo bisogno di fare nuovi calcoli, nuove previsioni. E così rimaniamo assorti, svincolati dal momento presente, siamo davvero in un altro tempo, viviamo già in un futuro che forse mai si realizzerà. Poco dopo siamo già oltre, perché uno scenario tira l’altro.

Il rimuginio somiglia ad una interminabile sequela di domande che sottendono una risposta amara

Ma facciamo un esempio. Siamo a letto e stiamo cercando di prendere sonno, la giornata è trascorsa lentamente, abbiamo letto tanti articoli sul web e seguito in tempo reale gli aggiornamenti in TV. Ad un tratto arriva l’immagine mentale. Siamo in un letto di ospedale, sofferenti, confusi dai rumori delle macchine che ci tengono in vita e pensieri che accompagnano l’immagine sono: “E se oggi fossi stato contagiato? Se avessi a mia volta contagiato qualcun altro? E se finissi proprio così (come me lo immagino)?“. Un brivido percorre la nostra schiena, deglutiamo a fatica, i muscoli si tendono, d’un tratto siamo meno stanchi e, improvvisamente, in allerta. Ecco, in allerta.

Ma a cosa serve essere in allerta, proprio in quel momento? A quale scopo il nostro corpo fa così?

Nel racconto, i cambiamenti a livello corporeo sono coerenti con due reazioni fondamentali a sopravvivere di fronte ad una minaccia: attaccare (la minaccia, ad esempio una tigre) o scappare. Il problema è che la minaccia (il virus) che la nostra mente tenta di scongiurare non è fisicamente osservabile e per giunta non possiamo sconfiggerla mobilitando il nostro corpo ad attaccare o a scappare.

Tuttavia rimuginare è ciò che la nostra mente fa nel tentativo di proteggerci

Quella che siamo chiamati a fronteggiare oggi è una minaccia imprevedibile, indeterminabile e su cui, quindi, rimugineremmo in eterno prima di arrivare ad una conclusione. Avete presente i criceti che corrono nelle loro ruote? Ecco, rimuginare sul coronavirus somiglia ad una situazione del genere. Vantaggiosa se il nostro scopo è fare attività fisica (e sfiancarci), meno tuttavia se vogliamo arrivare da qualche parte.

Al di là dei motivi per i quali il rimuginio si innesca, una cosa possiamo dichiarare: rimuginare non riduce il nostro stato di ansia, anzi lo aumenta.

Nella situazione attuale, dove tutelarsi al 100% non è possibile, forse la cosa più saggia da fare è proteggersi al meglio, accettando quella possibilità che ci possa accadere qualcosa di brutto, e allo stesso tempo domandarci:

Mi aiuta rimuginare in questo modo? Come sto dopo un’ora di rimuginio, meglio o peggio di quando ho iniziato? A parità di condizioni, preferisco vivere agitato o relativamente preoccupato conducendo una vita quanto più soddisfacente possibile?

Se propendete per la seconda possibilità allora potremmo anche provare a distrarci, a meditare, a star in contatto con quella forma di pensiero – il rimuginio – che fa parte del modo di funzionare della nostra mente, ma non per questa ragione dobbiamo dargli retta.

Lo osserviamo come faremmo con le foglie secche trasportate via dall’acqua di un torrente. Ce ne stiamo con le gambe a mollo, e guardiamo. Stiamo osservando foglie di ogni tipo, alcune si muovono più lentamente, altre spariscono con grande velocità.

Che effetto fa pensare di poter semplicemente osservare qualcosa che non ci piace?

Il mio suggerimento per affrontare questo momento è quello di domandarsi sempre: “a cosa mi serve pensare tutto ciò? Farlo mi aiuterà a sentirmi più tranquillo e cambierà le cose?“.

Tuteliamoci, certo. Ma non smettiamo di vivere momento per momento.

Letture consigliate:

Rimuginio, il virus della mente: come sconfiggere il pensiero ossessivo” di Giancarlo Dimaggio (pubblicato su 7, Corriere della Sera, 20 marzo 2020)

“Vivere momento per momento” di Jon Kabat-Zinn

Testo più tecnico: Wells, A. (2012). Terapia metacognitiva dei disturbi d’ansia e della depressione (Vol. 7). Eclipsi.

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Ansia sociale

facing it
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Ecco Facing it!, un toccante cortometraggio che racconta il disagio dell’ansia sociale.

Ma cos’è esattamente l’ansia sociale?

Possiamo sperimentarla un po’ tutti in quelle situazioni dove temiamo il giudizio degli altri, di fare brutta figura, di essere valutati complessivamente inadeguati, quando il nostro corpo manifesta tachicardia, sudorazione, tremori, iperventilazione e desideriamo tanto allontanarci o ritrarci da ciò che ci preoccupa (ad es., un party, un esame universitario, il palco dal quale dobbiamo tenere un discorso, etc.).

Da dove nasce?

Spesso “impariamo” a ritrarci dagli altri a seguito di episodi percepiti come umilianti, di traumi o semplicemente vivendo all’interno di una famiglia iperprotettiva o critica che finisce (involontariamente) per frustrare i nostri bisogni. Un bambino, infatti, di fronte a ripetute critiche ricevute da un genitore può sviluppare l’idea di essere sbagliato, inadeguato, non sufficientemente abile a stare con altri. Egli farà tutto il necessario per garantirsi l’accudimento ed evitare critiche dai propri genitori (e in futuro, dagli altri): imparerà ad essere il bambino perfetto, in ordine e che non dà fastidio, spesso preferirà il silenzio e l’ascolto alla condivisione, nel tentativo di celare le sue imperfezioni, dimenticando infine come vivere la propria (preziosa) autenticità. Tutto per non essere escluso/giudicato da un gruppo, l’eventualità al cui solo pensiero si manifestano i sintomi d’ansia.

Possiamo quindi comprendere facilmente come alcune strategie del momento presente del paziente abbiano avuto una funzione adattiva nel passato, sebbene oggi siano alla base di un disturbo (alla lunga, allontanarmi dagli altri produce l’isolamento sociale e solitudine).

Non sempre è un semplice sintomo

L’ansia sociale alle volte è l’espressione di un quadro patologico di personalità (Disturbo Evitante di Personalità) che si manifesta primariamente con inibizione sociale (specie nelle situazioni interpersonali nuove), sentimenti di inadeguatezza, ipersensibilità al giudizio negativo e timore di critica/umiliazione, riluttanza ad entrare in contatto con gli altri se non si è certi di piacere, etc.

Per alcuni autori, il nocciolo di questo disturbo è il cosiddetto senso di estraneità, che porta l’individuo a percepirsi come un alieno tra terresti – diverso nella sostanza – e ad agire in un modo che conferma le credenze negative su di sé e sul mondo (ad es., me ne sto in disparte durante un party nella speranza che qualcuno attacchi bottone con me; questo fa sì che gli altri mi percepiscano distante/diverso e che non si avvicinino, comportamento che finisco per giudicare la prova della mia inadeguatezza/indesiderabilità).

Come si tratta

La terapia cognitivo-comportamentale propone di ristrutturare le credenze maggiormente disfunzionali, interviene con tecniche utili alla riduzione dei sintomi più invalidanti e propone al paziente di “testare” le aspettative negative sugli altri (ad es., “se mi espongo con autenticità, gli altri mi rifiuteranno/giudicheranno”), allenandosi allo stesso tempo a tollerare l’imbarazzo delle situazioni più difficili.

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