Orientamento cognitivo-comportamentale

L’orientamento cognitivo-comportamentale si focalizza sulla complessa relazione tra pensieriemozioni e comportamenti della persona.

Uno dei suoi assunti stabilisce che le credenze sul sé, sugli altri e sul mondo influenzano direttamente la durata e l’intensità delle emozioni. Comprendere quando e perché si sono formate tali credenze – analizzando la storia di vita della persona – e valutarne la loro utilità oggi, è uno degli obiettivi di questo tipo di intervento psicologico.

In aggiunta, vi sono altri processi cognitivi che concorrono a generare sofferenza: uno di questi è l’attenzione. Rimuginare, ad esempio, è una strategia di coping mentale che richiede molte energie e la protratta attenzione focalizzata sugli stessi temi (ad es., preoccuparsi di un esame universitario, di una riunione, dell’ansia che potremmo manifestare sulla metropolitana, etc.). La CBT, più che intervenire sul contenuto del rimuginio, estingue il processo in sé. Riflettere proattivamente è molto diverso che rimuginare.

Per quanto riguarda l’aspetto relazionale, la cornice teorica cognitivo-comportamentale osserva i cicli interpersonali che si instaurano con gli altri. Quando essi diventano disfunzionali, la persona prova sofferenza. Identificarli e operare per trovare cicli più funzionali è l’obiettivo in seduta. Rispetto all’assetto relazionale tra me e la persona, sin dai primi incontri si lavora per costruire di una solida alleanza terapeutica finalizzata a raggiungere nel più breve tempo possibile obiettivi condivisi.

Osservando quanto scritto sopra, quindi, una parte considerevole del lavoro è tesa a sviluppare maggiore consapevolezza del proprio funzionamento, per poi decidere come procedere, scoprendo nuovi e più efficaci modi di pensare e di comportarsi, nell’ottica di incrementare il proprio benessere. Un buon modo di fare questo è divenire progressivamente più flessibili, più compassionevoli con sé stessi e migliorare la propria tolleranza a situazioni o emozioni “difficili”. Per tale motivo, utilizzo spesso tecniche mindfulness-based.

Un altro concetto che mi preme spiegare molto di frequente ai miei pazienti è che in seduta l’obiettivo non è quello di negare le emozioni negative (ad es., tristezza) evitando che si presentino, ma quello di ridurne l’intensità e la durata (ad es., essere tristi è ben diverso che essere depressi), al fine di non rimanere coinvolti in una sorta di loop emotivo sfiancante.

L’aspetto “comportamentale” della CBT, poi, include tecniche specifiche che agiscono sul sintomo (ad es., rilassamento muscolare progressivo di Jacobson) e l’analisi dei costi/benifici delle strategie di fronteggiamento delle situazioni che mettiamo in atto. Mettere a fuoco alcune condotte controproducenti che finiscono per danneggiarci (ad es., abuso di alcolici, procrastinazione, rimuginio, ritiro dalla vita sociale, compulsioni, etc.) è un altro degli obiettivi del percorso di sostegno psicologico. Comprendere che siamo liberi di agire secondo altri e più efficaci piani, è un altro traguardo raggiungibile in seduta.

L’obiettivo ultimo del percorso psicologico che propongo è riuscire a direzionarsi verso i propri valori, i propri scopi, incrementando così il benessere psico-sociale e raggiungere una incondizionata autoaccettazione di sé.

Quanto è efficace?

Questo orientamento si basa su solide basi scientifiche, tecniche di comprovata efficacia e, ad oggi, vanta tra i migliori risultati sul piano clinico per il trattamento della stragrande maggioranza dei disturbi mentali (vedi ad esempio linee guida NICE).

In studio lavoro applicando concetti provenienti dalla Terapia Razionale Emotiva Comportamentale di Albert Ellis (REBT), dalla Terapia Metacognitiva di Adrian Wells (MCT), dall’Acceptance and Commitment Therapy di Steven C. Hayes (ACT), dalla Terapia Metacognitiva Interpersonale (TMI), dalla Dialectical Behavior Therapy (DBT) e dal costruttivismo kelliano.

Le sedute hanno una durata compresa tra i 45 e i 60 minuti.